Istituita la procedura del sequestro conservativo su conti bancari al fine di facilitare il recupero transfrontaliero dei crediti in materia civile e commerciale.

Per facilitare il recupero dei crediti civili e commerciali in tutta l’Europa, si è pensato ad una procedura d’urgenza. Attraverso la medesima, sarà possibile procedere al sequestro delle somme detenute sui conti correnti dei debitori situati in un altro Stato, purché all’interno dell’Unione Europea.

Il creditore, infatti, potrà seguire una procedura diversa dal processo ordinario. Potrà rivolgersi al giudice del proprio Stato per ottenere l’emissione di un’ordinanza europea, in modo da bloccare i conti correnti presenti in qualsiasi Paese dell’Unione, per soddisfare il credito.

Questa ordinanza viene emessa in via cautelare, preliminarmente all’avvio della causa di merito.

L’iter che ha portato alla modifica della procedura di recupero crediti si base sul decreto legislativo emesso ai sensi dell’art. 5 della legge 4 ottobre 2019, n. 117.

Esso, è stato già approvato dal Consiglio dei ministri e attualmente all’esame delle Commissioni parlamentari.

L’Italia è in netto ritardo nell’attuazione della normativa europea dettata dal Regolamento UE n. 655/2014, che avrebbe consentito già da tempo l’accesso a questa procedura.

Con la nuova ordinanza europea, il creditore, per soddisfare la propria pretesa, potrà avvalersi del sequestro conservativo delle somme depositate sui conti correnti del debitore.

La ricerca delle informazioni dei conti correnti del debitore sarà svolta con modalità telematiche. Essa, dovrà essere richiesta al giudice del Tribunale competente a provvedere in relazione al luogo in cui il debitore ha residenza, domicilio, dimora o sede. Il debitore, da canto suo, potrà difendersi con le regole ordinarie previste per l‘opposizione ai provvedimenti cautelari.

Per altre informazioni, consulta il sito www.studioptf.it

Come cambia, in questo particolare momento storico, la gestione del credito e l’approccio ai clienti

I dati resi noti dall’Istat sul PIL italiano, relativi al secondo trimestre 2020, non sono sicuramente positivi. Il calo rispetto al primo trimestre di quest’anno si è attestato infatti su un -12,4%, mentre il rapporto con lo stesso periodo del 2019 fa segnare un -17,3%.

Un dato del genere non si registrava dal 1995.

Dopo la fine del lock-down tutte le imprese italiane sono ripartite con le proprie attività e si prospetta un settembre di spinta commerciale con l’obiettivo di recuperare il tempo ed i ricavi perduti.

Se nel complesso il calo del fatturato globale è senza dubbio importante, è però fondamentale analizzare il proprio settore e comprenderne rischi ed opportunità. In questo momento storico, nel quale le imprese in crisi tagliano i costi per ottimizzare la propria redditività, tenere il rapporto con i clienti attuali diventa fondamentale. Anche con quei Clienti che potrebbero iniziare a far registrare i primi ritardi nei pagamenti o dei crediti insoluti. Ma come gestire una situazione di questo tipo?

Chi si occupa di gestione del credito in azienda sa bene che gestire un cliente insolvente mette di fronte a due possibili soluzioni: il cliente paga e continua a comprare nel futuro, il cliente non paga e si procede con il recupero crediti, stragiudiziale e/o legale, e la relativa chiusura del rapporto commerciale, ad eccezione dei clienti falliti o cessati per i quali è oggettiva l’impossibilità di un proseguo.

Un credito gestito in maniera aggressiva può infatti portare al recupero di un credito ma alla perdita del Cliente per logoramento della relazione tra cliente e fornitore.

È, quindi, fondamentale definire un’adeguata strategia di mediazione che tuteli la relazione con il cliente. In contesti aziendali nei quali i solleciti vengono svolti dal reparto amministrativo è però possibile che manchino le professionalità per svolgere questa tipologia di mediazione.

Per questo motivo affidarsi a società di gestione del credito è sicuramente un’alternativa importante alla creazione di un ufficio completamente dedicato al credit management.

Scegli un approccio consapevole e professionale e tutela il tuo credito.

Per altre informazioni, consulta il sito www.studioptf.it

Dopo i dati allarmanti del primo semestre 2020, il settore del recupero crediti ritorna a livelli pre-crisi. Tuttavia, le preoccupazioni non mancano.

Nonostante gli effetti del lock-down sul settore del recupero crediti, i principali servicer e istituti di credito stanno registrando un ritorno a livelli pre-crisi.

I risultati sono molto confortevoli se si pensa alla situazione di qualche mese fa. Gli analisti avevano dichiarato il tracollo del settore, con le aste immobiliari più che dimezzate (-62% rispetto allo stesso periodo del 2019) e i debitori impossibilitati a pagare.

Nei mesi del lock-down quasi tutti i servicer hanno puntato sulle transazioni stragiudiziali. In molti casi, sono stati i debitori a contattare le società di recupero per cercare di chiudere le proprie posizioni.

Durante la crisi sanitaria la liquidità nei depositi bancari di imprese e famiglie è aumentata rispettivamente di 19,9 miliardi e di 34,4 miliardi. Questo è uno dei principali motivi che ha spinto i debitori a cercare di chiudere accordi transattivi fuori dal tribunale.

Nonostante i segnali positivi le preoccupazioni per il futuro non mancano. Rimangono irrisolti alcuni dubbi riguardo al periodo in cui finiranno le misure imposte dal Governo per arginare la crisi economica. Nello specifico si teme per i crediti Utp. Le banche hanno concesso delle moratorie anche alle società i cui debiti erano catalogati unlikely to pay, dunque, i rischi sono spostati al dopo moratorie, anche se le banche gestiranno caso per caso ogni singola situazione per ridurre gli impatti.

Per altre informazioni, consulta il sito www.studioptf.it

L’emergenza sanitaria, Covid-19, ha messo in difficoltà il settore del recupero crediti: – 25% di pratiche recuperate e solo il 7% in più di pratiche nuove.

Confrontando i dati delle associate di Unirec, Unione Nazionale Imprese Recupero Crediti, è emerso uno scenario preoccupante che rivela l’attuale momento critico che sta vivendo il comparto.

Tra gennaio e aprile il numero di pratiche recuperate è sceso del 25%, con un calo del 20% dell’importo complessivo recuperato. Allo stesso modo, le nuove pratiche sono aumentate solo del 7%, con un aumento dell’importo totale del 4%.

Secondo il Presidente di Unirec, se lo stato d’emergenza dovesse proseguire oltre settembre è possibile che a fine 2020 i crediti affidati al comparto siano stabili o in diminuzione rispetto al 2019.

Viceversa, se venissero meno gli ammortizzatori sociali e terminasse lo stato di emergenza potrebbe esserci un aumento delle pratiche.

Lo scorso anno infatti la somma complessiva di denaro gestita dalle associate di Unirec aveva raggiunto il livello record di 132 miliardi di euro, di cui 68 miliardi erano Npl.

Il numero complessivo di pratiche gestite dalle società di recupero ammontava a circa 40 milioni (+30% rispetto all’anno precedente). Dell’importo complessivo, i crediti affidati in conto terzi corrispondevano a circa 100,9 miliardi di euro, mentre i restanti 31 miliardi erano gestiti in conto proprio dalle aziende del settore. Il totale degli importi recuperati si attestava intorno agli 8,8 miliardi di euro (+13% rispetto al 2018).

Il debito complessivo era suddiviso a metà tra famiglie e imprese. Per quanto riguarda la tipologia, per l’81% dei casi si trattava di prestiti o mutui, l’11% erano bollette del settore utilities e tlc settore utility, il 5% dei crediti provenivano dal settore leasing, il 2,5% riguardavano gli acquisti a rate e la parte restante erano crediti appartenenti alla Pubblica amministrazione. Per quanto riguarda invece l’area geografica, la maggior parte dei crediti affidati alle società di recupero proveniva da quattro regioni: Lombardia per il 14%, Campania e Lazio per il 12%, e Sicilia per il 10%.

Per altre informazioni, consulta il sito www.studioptf.it

Sfiorano i 132 miliardi di euro i crediti gestiti nel 2019 dalle imprese UNIREC, con una crescita del 29,3% sul 2018

Dal X Rapporto di Unirec, l’Unione Nazionale Imprese a Tutela del Credito, aderente a Confindustria SIT, che riunisce circa 200 aziende, emerge il trend di crescita dei crediti affidati o gestiti dalle imprese associate a UNIREC nel 2019.

Il rapporto annuale analizza sia i portafogli di crediti gestiti in proprio dalle aziende associate, sia la gestione che avviene per committenza e quindi in Conto Terzi Originator quando il mandatario è il detentore originario del credito (ad es. società telefonica, utility, banca) o Conto Terzi Cessionario quando il committente è un soggetto terzo che ha acquisito il credito da altri (ad es. un Fondo).

Nel 2019 si attestano complessivamente circa 132 miliardi di euro con un aumento del 29,3%, rispetto ai 102 miliardi di euro del 2018.

I crediti affidati in Conto Terzi si attestano a 100,9 miliardi di euro segnando una crescita del 22,6% pari a 18,6 miliardi di euro in più rispetto agli 82,3 miliardi dell’anno precedente.

L’81% di questi sono riferiti a crediti di origine bancaria o finanziaria (prestiti e mutui), l’11% circa al settore utility e telco (bollette) e solo il 2,5% a crediti commerciali (acquisti a rate). Il settore del leasing rappresenta invece quasi il 5%. La restante parte marginale è relativa a crediti della PA.

Rispetto al biennio precedente crescono le posizioni verso le imprese (B2B), che rappresentano nel 2019 il 50% del totale in crescita dal 33% circa degli scorsi anni.

L’altro 50% è riferito a crediti verso le famiglie (B2C). Più in particolare l’82% delle pratiche è stato gestito da remoto (principalmente al telefono, con operazioni di Phone Collection) per posizioni medie pari a 1.743 euro. Il cosiddetto Master Legal – ovvero il ricorso a team legali specializzati – è utilizzato solo per il 3% delle pratiche ma con ticket medi più elevati e pari a circa 17 mila euro.

La distribuzione regione per regione

A livello di distribuzione territoriale le prime quattro regioni cumulano il 47% degli importi e vedono al primo posto la Lombardia, che mantiene un peso del 14%, seguita dal Lazio (12%), dalla Campania (11%) e quindi dal Veneto (9%) che nel 2019 scalza la Sicilia (8%).

In termini di tassi di crescita degli importi gestiti figurano ai primi posti il Veneto (+45%), il Piemonte (+44%) e la Campania (+42%). Per quanto riguarda invece la performance, il Molise (con il 20%) e la Valle d’Aosta (con il 19%) si confermano le regioni più virtuose, mentre la performance peggiore si registra in Veneto e nelle Marche che contano su di un tasso di recupero medio pari al 7%.

Il rapporto illustra anche l’esistenza di un portafoglio complessivo di quasi 31 miliardi di euro (in crescita di circa 11 miliardi rispetto al 2018), gestito in Conto Proprio dagli operatori. Questi, nel corso del 2019, hanno acquistato crediti per 2,3 milioni di pratiche. La principale componente del portafoglio è relativa ai crediti bancari e finanziari (73%).

L’effetto Covid-19

Inoltre, nel periodo marzo, aprile, maggio 2020, caratterizzato dal lock-down, emerge un calo delle performance e degli importi recuperati pari al 30%.

Per altre informazioni, consulta il sito www.studioptf.it

Crediti insoluti, come l’emergenza sanitaria da Covid-19 ha incrementato il fenomeno delle fatture non pagate.

Il fermo forzato delle imprese imposto dall’emergenza sanitaria da Covid-19 ha acuito in maniera indiscriminata il fenomeno delle fatture non pagate.
Ma se i ritardi nei pagamenti possono essere tollerati per i crediti maturati in concomitanza con lo scoppio dell’epidemia, non sono giustificabili per i crediti insoluti: ossia fatture emesse prima e già scadute.

Come agire in questa circostanza?
Relativamente alle posizioni generatesi durante il Covid, con particolare riferimento alle fatture insolute emesse prima del periodo pandemico ma scadute durante, al cliente si possono concedere ulteriori dilazioni di pagamento.
Andrà formulato un piano di rientro scritto con riconoscimento del debito da parte del cliente che sottoscriverà il tutto per accettazione e conferma.
Per le fatture emesse e scadute prima della pandemia, invece, è utile attivare il servizio di recupero crediti. Il credito va pagato: il debitore non può appellarsi a nulla, neppure invocare l’“eccessiva onerosità” sopravvenuta (art. 1467 cod. civ).

Per un’impresa, un credito insoluto è costituito non soltanto dalla perdita immediata di denaro, ma un rischio per la stabilità economica dell’azienda.
Le società di recupero crediti possono gestire l’intero processo per conto del cliente. Un interlocutore unico e professionale dà maggiori garanzie di performance e libera il committente da attività che possono sottrarre tempo prezioso al proprio business.
Il modo migliore per gestire un credito insoluto è agire tempestivamente richiedendo un intervento qualificato e professionale.
Studio PTF garantisce una gestione del recupero crediti in modo intelligente, nel rispetto dell’etica e degli interessi di ogni azienda.

Per altre informazioni, consulta il sito www.studioptf.it

Arrivate alle banche milioni di domande di moratoria e migliaia di richieste di nuovi finanziamenti dalle imprese in crisi di liquidità, per effetto dell’emergenza Coronavirus e delle misure di lock-down

La Banca d’Italia continua a rilevare presso le banche, con cadenza settimanale, dati riguardanti l’attuazione delle misure governative relative ai decreti legge ‘Cura Italia’ e ‘Liquidità’, le iniziative di categoria e quelle offerte bilateralmente dalle singole banche alla propria clientela.
Sulla base di dati preliminari, al 22 maggio sono pervenute oltre 2,4 milioni di domande o comunicazioni di moratoria su prestiti, per poco più di 260 miliardi. Circa l’85% delle domande o comunicazioni relative alle moratorie è già stato accolto dalle banche, pur con differenze tra le varie misure; il 2% circa è stato sinora rigettato; la parte restante è in corso di esame.
Il 46% delle domande provengono da società non finanziarie. Per quanto riguarda le PMI, le richieste ai sensi dell’art. 56 del DL ‘Cura Italia’ (quasi 1,2 milioni) hanno riguardato prestiti e linee di credito per 149 miliardi, mentre le adesioni alla moratoria promossa dall’ABI hanno riguardato quasi 8 miliardi di finanziamenti alle PMI.
Le domande delle famiglie riguardano prestiti per oltre 79 miliardi di euro. Inoltre, continuano a crescere le domande di sospensione delle rate del mutuo sulla prima casa (accesso al cd. Fondo Gasparrini). Le moratorie dell’ABI e dell’Assofin rivolte alle famiglie, avviate alla fine di aprile, hanno raccolto quasi 320 mila adesioni, per oltre 13 miliardi di prestiti.
Le richieste di accesso al Fondo Centrale di Garanzia (FCG), pervenute agli intermediari, nella settimana dal 15 al 22 maggio, sono cresciute tantissimo, salendo complessivamente a oltre 720.000 domande per un importo di finanziamenti di quasi 44 miliardi. In particolare, al 22 maggio è stata erogata circa metà delle domande per prestiti fino a 25 mila euro, interamente garantiti dal Fondo.
Le richieste di garanzie pervenute al Fondo di Garanzia dagli intermediari nel periodo dal 17 marzo al 2 giugno 2020 per richiedere le garanzie ai finanziamenti in favore di
imprese, artigiani, autonomi e professionisti, sono complessivamente 484.073, per un importo complessivo di oltre 22,5 miliardi di euro. A segnalarlo è proprio il Ministero dello Sviluppo Economico e Mediocredito Centrale (MCC).
Crescono ancora i volumi delle garanzie SACE nell’ambito dell’operatività “Garanzia Italia” e raggiungono quota 418 milioni di euro. Le potenziali operazioni di finanziamento in fase di valutazione e istruttoria da parte delle banche si confermano in circa 250 per un valore complessivo di circa 18,5 miliardi di euro. Una volta terminata l’attività di istruttoria, costruzione dei pool e conseguente delibera, le banche accreditate sul portale dedicato, ad oggi oltre 200, presenteranno le richieste a SACE, che emetterà la garanzia entro 48 ore dalla ricezione come già accaduto per le 44 richieste di garanzie fino ad ora ricevute e emesse in poche ore attraverso la piattaforma digitale dedicata.

Per altre informazioni, consulta il sito www.studioptf.it

Il Recupero Crediti Stragiudiziale è una procedura che può far concludere situazioni debitorie in modo veloce ed efficace.
Il recupero crediti stragiudiziale consiste nell’avviare una procedura di recupero crediti, insoluti ed esigibili, attraverso soluzioni informali, ovvero senza l’opera di avvocati e giudici, che farebbero lievitare il costo dell’intera operazione in termini di tempo e denaro.
Il punto di forza del recupero stragiudiziale, in particolare, consiste nei bassi costi e nei tempi brevi di lavorazione della pratica.
I tempi brevi sono dovuti alla circostanza che in una procedura di recupero stragiudiziale non bisogna coinvolgere organi giurisdizionali.
I costi contenuti invece derivano dalla circostanza che per l’attivazione di una pratica non è necessario il pagamento delle tasse del giudizio.
Tuttavia, per sfruttare a pieno dei vantaggi di un approccio stragiudiziale è importante non cadere in un errore purtroppo comune, che consiste nel richiedere il recupero stragiudiziale solo nel caso di piccoli importi.

RECUPERO CREDITI STRAGIUDIZIALE PER GRANDI IMPORTI
L’obiettivo della fase stragiudiziale è quello di indurre il debitore a pagare in modo spontaneo, rendendo quindi il procedimento più veloce e meno costoso. L’errore comune è quello di pensare che il recupero crediti stragiudiziale sia generalmente poco efficace quando gli importi da recuperare sono ingenti. In realtà, si tratta di una strategia molto efficace anche e soprattutto in questo caso.
Procedendo in via amichevole, con la fase stragiudiziale si punta inoltre a mantenere buoni rapporti con il cliente insolvente, ad identificare la situazione patrimoniale del debitore ed a capire quali siano i motivi per cui non abbia pagato la fattura. Questa procedura spinge l’insolvente, sia di modesti che elevati importi, a saldare la propria posizione più velocemente, poiché si apre la strada al dialogo ed alla risoluzione del credito nel rispetto e nella tutela di entrambe le parti.

QUALI SONO LE FASI DEL RECUPERO STRAGIUDIZIALE?
La prima fase del recupero si concentra sulle indagini preliminari: in particolar modo, si verifica la rintracciabilità del debitore, compresa la locazione del domicilio e i dati anagrafici di interesse. Si tratta di un aspetto molto importante, dato che nelle fasi successive si dovrà spedire un sollecito scritto presso tale luogo.
Il sollecito stesso deve avvenire con l’obiettivo di incentivare la collaborazione. Dunque, qualunque sia la situazione, un buon recupero crediti deve sempre distinguersi per i valori di correttezza, trasparenza e professionalità.
Se da tale approccio non derivano risultati positivi ed è palese la volontà della controparte di non adempiere all’obbligo, è necessario ricorrere a metodi più formali.
La fase successiva prevede la messa in mora. Si tratta di un provvedimento pubblicistico, di norma di natura epistolare: la posizione del debitore viene ufficializzata, informandolo del fatto che è tenuto a pagare il debito in oggetto.
Se anche questo avviso viene eluso, l’azione successiva può prevedere un sollecito telefonico: cercare di creare un contatto col debitore, il quale deve essere spinto a concludere le trattative.
L’ultimo passo, prima dell’azione giudiziaria, è la diffida ad adempiere, ovvero una raccomandata A/R con la quale si informa il debitore che se alla scadenza di un termine arbitrario il debito risulterà ancora insoluto, si provvederà ad adempiere alle procedure giudiziali.

Nel caso di un recupero crediti stragiudiziale, Studio PTF utilizza tutta la competenza l’esperienza maturata nel settore per ottenere in ogni caso il massimo beneficio per il richiedente..
La nostra azione, inoltre, sarà sempre svolta in termini di trasparenza e di rispetto per ambo le parti coinvolte, come sancito dal Codice di Condotta di UNIREC.
Per maggiori informazioni sul Recupero Crediti Stragiudiziale, contatta Studio PTF.
Per altre informazioni, consulta il sito www.studioptf.it

L’emergenza da Covid-19 ha scatenato su tutto il territorio italiano inadempimenti e ritardi delle obbligazioni contrattuali.

La recente diffusione del Coronavirus sul territorio nazionale ha posto l’obbligo di chiusura di numerose attività commerciali e produttive sull’intera Italia, causando di conseguenza l’inadempimento o il ritardo delle obbligazioni contrattuali.
Non è infatti improbabile che imprenditori, fornitori e comunque parti contrattuali in genere si trovino nell’impossibilità di adempiere le proprie obbligazioni alla luce delle rigide restrizioni imposte dall’autorità governativa.
Ai sensi dell’articolo 1218 Codice Civile, il debitore che non esegue esattamente la prestazione dovuta è tenuto al risarcimento del danno, se non prova che l’inadempimento o il ritardo nell’adempimento è stato determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile.
In questi casi, e cioè se il debitore prova che la prestazione è impossibile e non per colpa sua, non risponde dell’inadempimento.

L’art. 1256 c.c.: impossibilità della prestazione e il “factum principis”
L’articolo 1256 del Codice Civile disciplina le ipotesi di impossibilità definitiva e temporanea della prestazione.
L’obbligazione si estingue quando, per una causa non imputabile al debitore, la prestazione diventa impossibile.
Per essere liberati dall’obbligo della prestazione, occorre che la prestazione sia, appunto, divenuta impossibile non per colpa del debitore e che tale impossibilità sia sopravvenuta, ovvero sia successiva alla conclusione del contratto.
Le cause invocabili ai fini “dell’impossibilità della prestazione”, sono diverse: tra queste gli ordini o i divieti sopravvenuti dell’autorità amministrativa c.d. “factum principis’’. Si tratta di un’ipotesi di forza maggiore che ricorre quando determinati provvedimenti legislativi o amministrativi rendano oggettivamente impossibile l’esecuzione della prestazione, in modo temporaneo o definitivo, indipendentemente dalla volontà dei soggetti obbligati.
Nell’ipotesi, invece, di impossibilità temporanea, la responsabilità del debitore per il ritardo nell’adempimento è esclusa, ma il debitore, cessata la suddetta impossibilità, deve sempre eseguire la prestazione.

L’art. 1467 c.c.: gli “avvenimenti straordinari ed imprevedibili”
Diverso è, invece, il caso in cui la situazione emergenziale e i relativi divieti governativi rendano una prestazione contrattuale non impossibile, ma eccessivamente onerosa, ovvero più costosa per il debitore.
L’eccessiva onerosità non impedisce la prestazione, ma la rende più “onerosa”, per il verificarsi di ‘‘eventi straordinari e imprevedibili’’. Questo consente al debitore di chiedere la risoluzione del contratto o la riduzione della prestazione.
A differenza dell’impossibilità, l’eccessiva onerosità sopravvenuta non produce un effetto liberatorio automatico per il debitore, ma deve essere accertata e dichiarata in giudizio.
Sotto questo profilo, non è semplice stabilire se il Coronavirus o le misure adottate dalle autorità possano costituire valida causa di impossibilità o di sopravvenuta onerosità delle prestazioni contrattuali assunte dalle imprese. Occorre, dunque, valutare, caso per caso, tenendo conto di una pluralità di fattori quali l’applicabilità della legge italiana alla fattispecie contrattuale, i fatti portati a sostegno del ritardo e/o dell’inadempimento contrattuale ecc.

Per altre informazioni, consulta il sito www.studioptf.it

Impresa e Coronavirus, lo studio di Cribis evidenzia le conseguenze della crisi su impresa e liquidità

Le prospettive dell’economia italiana sono ancora avvolte da un rilevante grado di incertezza, connesso alle dinamiche della diffusione del Coronavirus. Le difficoltà economiche causate della crisi sanitaria del Covid-19 saranno infatti di una dimensione mai vista in precedenza in Italia.
L’impatto settoriale della crisi sarà fortemente diversificato, a causa delle differenti durate delle chiusure finora disposte, delle diverse possibilità di fronteggiare le esigenze sanitarie di distanziamento inter-personale e dei vincoli alla ripresa di alcune attività economiche.
Cribis, la società del Gruppo CRIF specializzata nelle informazioni commerciali su aziende italiane ed estere, ha scelto di sviluppare, data la singolarità del momento, un modello di stima dell’impatto che ogni impresa sta affrontando.
Le analisi per determinare l’impatto dato dalla crisi sono state svolte utilizzando indicatori forward-looking basati sui dati finanziari, rielaborati sulla base di elementi macroeconomici valutati a seguito dell’emergenza COVID-19. Il modello definito, considera una graduale ripresa della produttività a partire dai mesi di Maggio-Giugno.
In questo modo è stato possibile definire settori e filiere più colpiti dalla crisi e stimare l’ulteriore fabbisogno di liquidità delle imprese a seguito del lock down.
Dall’analisi è emerso che ci sono realtà (come Logistica) che in un arco di 3-6 mesi post riapertura potranno tornare in un contesto operativo e finanziario comparabile alla situazione pre crisi e realtà (come Turismo, Costruzioni, Meccanica) che a 12 mesi dalla riapertura continueranno ad operare in un contesto di domanda e offerta fortemente ridimensionato.
Ci sono poi, settori non colpiti dall’emergenza o con impatti marginali che di fatto si mantengono in un quadro di performance ‘’normali’’.
L’emergenza sanitaria ha generato un periodo di forte discontinuità e incertezza. Per questa ragione è ancora più importante prestare attenzione alla situazione dei propri clienti e fornitori per tutelare il proprio business ed evitare in via preventiva situazioni di mancato pagamento. Chiaramente, non tutto è evitabile; tuttavia, una buona strategia di prevenzione ed un’oculata selezione del portafoglio clienti assicura maggiore stabilità in un momento di grande incertezza e difficoltà come quella che stiamo vivendo.

Per altre informazioni, consulta il sito www.studioptf.it