A risentire dell’emergenza sanitaria sono soprattutto le imprese, sia a livello nazionale che internazionale. Difatti, il periodo storico è molto incisivo per l’economia, finanza e lavoro.

Il legislatore ha previsto diverse modifiche alla disciplina della crisi di impresa per fronteggiare gli impatti che l’attuale emergenza sanitaria, determinata dal COVID-19, ha avuto e avrà sull’economia e, in particolare, sulle imprese.

Il nuovo Codice della crisi d’impresa, contenuto nel d.lgs. 14 del 2019, entrerà in vigore il primo settembre del 2021. Questo documento contiene delle novità per la gestione d’impresa. L’attuale situazione di incertezza non esclude che il legislatore intervenga nuovamente per precisare o modificare l’impatto di tali variazioni o introdurne nuove.

Per quel che concerne in particolare lo stato di crisi, quest’ultimo viene definito come uno stato di difficoltà finanziaria ed economica che rende l’insolvenza da parte del debitore probabile. Di conseguenza, per le imprese si configura l’inadeguatezza dei flussi di cassa prospettici a far fronte con regolarità alle obbligazioni che siano state pianificate.

In pratica, con questo Codice il legislatore punta ad individuare tempestivamente il verificarsi di uno stato di crisi: con lo scopo di consentirne un intervento risolutivo, cercando di limitarne gli effetti e scongiurare fallimenti.

In che modo? Ricorrendo a determinati indicatori che sapranno rivelare quali ripercussioni potranno avere determinate scelte dell’amministrazione e la gestione dell’azienda stessa sul futuro.

Anche grazie all’ausilio di software ad hoc, si potrà agevolare una precoce diagnosi relativamente alla possibilità che si verifichi uno stato di difficoltà.

Tali programmi si occupano, nell’eventualità di una crisi aziendale, di progettare e proporre dei piani per il risanamento e la ristrutturazione.

Il regime di controllo che si attiva:

  • Intercettare gli elementi di criticità;
  • responsabilizzare il debitore e gli organi amministrativi per scongiurare il rischio che la crisi diventi in breve insanabile;
  • il piano di intervento che si dovrà andare a strutturare avrà l’obiettivo dichiarato di ripristinare l’equilibrio sia finanziario che patrimoniale ed economico.

Per riuscire a comprendere il verificarsi di uno stato di crisi, è bene saper interpretare determinati indicatori segnaletici.

Le anomalie nella contabilità sono riscontrate dal sistema interno, così come il rischio di insolvenza. Quest’ultimo si valuta controllando gli indicatori relativi ad anomalie nei rapporti con istituti bancari, anomalie a livello gestionale ma anche di bilancio ed erariali.

Tra i campanelli d’allarme che devono far presagire l’incombere di uno stato di crisi è possibile indicare in primis il patrimonio netto negativo.

Gli indici in grado di far presumere uno stato di crisi di impresa sono cinque e sono stati proposti dal CNDCEC (Consiglio nazionale dottori commercialisti ed esperti contabili).

Si tratta nello specifico:

-indice di sostenibilità degli oneri finanziari (in termini di rapporto tra fatturato e oneri finanziari),

-l’indice di ritorno liquido dell’attivo (in termini di rapporto tra attivo e cash flow),

-l’indice di adeguatezza patrimoniale (in termini di rapporto tra i debiti totali e il patrimonio netto),

-l’indice di liquidità (in termini di rapporto tra attività e passivo nel breve termine),

-l’indice di indebitamento previdenziale e tributario (in termini di rapporto tra attivo e indebitamento tributario e previdenziale).

Nel caso in cui non si riesca a ripristinare l’equilibrio aziendale, agendo in autonomia o attraverso l’ausilio di esperti, potrà scattare la procedura di allerta, fulcro della riforma, che servirà a trovare l’accordo tra creditori senza che la crisi possa sfociare nell’insolvenza.

La procedura potrà andare dai tre ai sei mesi, durante i quali si punterà a raggiungere l’accordo. Ove questo non sia possibile l’OCRI, Organismo per la composizione delle crisi di impresa, istituito dalla normativa, inviterà all’apertura da parte dell’impresa di una delle tradizionali procedure d’insolvenza.

L’allerta può essere interna quando attivata dall’imprenditore direttamente oppure dal collegio sindacale, mentre sarà esterna nel caso in cui ad attivarla siano Inps, Agenzia delle Entrate o agenti di riscossione (una volta che lo scaduto abbia superato una certa soglia).

In quest’ottica è fondamentale una corretta attività e strategia di recupero crediti commerciali. Se infatti sono presenti dei crediti insoluti, non gestiti in modo corretto e in tutta tempestività, questi possono andare a impattare anche in maniera molto pesante sul fatturato e i flussi di cassa, fino a toccare la reputazione aziendale e la sua affidabilità.

Stabilire e strutturare una efficace strategia per la gestione del credito è dunque essenziale per poter fronteggiare al meglio eventuali situazioni di criticità.

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Istituita la procedura del sequestro conservativo su conti bancari al fine di facilitare il recupero transfrontaliero dei crediti in materia civile e commerciale.

Per facilitare il recupero dei crediti civili e commerciali in tutta l’Europa, si è pensato ad una procedura d’urgenza. Attraverso la medesima, sarà possibile procedere al sequestro delle somme detenute sui conti correnti dei debitori situati in un altro Stato, purché all’interno dell’Unione Europea.

Il creditore, infatti, potrà seguire una procedura diversa dal processo ordinario. Potrà rivolgersi al giudice del proprio Stato per ottenere l’emissione di un’ordinanza europea, in modo da bloccare i conti correnti presenti in qualsiasi Paese dell’Unione, per soddisfare il credito.

Questa ordinanza viene emessa in via cautelare, preliminarmente all’avvio della causa di merito.

L’iter che ha portato alla modifica della procedura di recupero crediti si base sul decreto legislativo emesso ai sensi dell’art. 5 della legge 4 ottobre 2019, n. 117.

Esso, è stato già approvato dal Consiglio dei ministri e attualmente all’esame delle Commissioni parlamentari.

L’Italia è in netto ritardo nell’attuazione della normativa europea dettata dal Regolamento UE n. 655/2014, che avrebbe consentito già da tempo l’accesso a questa procedura.

Con la nuova ordinanza europea, il creditore, per soddisfare la propria pretesa, potrà avvalersi del sequestro conservativo delle somme depositate sui conti correnti del debitore.

La ricerca delle informazioni dei conti correnti del debitore sarà svolta con modalità telematiche. Essa, dovrà essere richiesta al giudice del Tribunale competente a provvedere in relazione al luogo in cui il debitore ha residenza, domicilio, dimora o sede. Il debitore, da canto suo, potrà difendersi con le regole ordinarie previste per l‘opposizione ai provvedimenti cautelari.

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Come cambia, in questo particolare momento storico, la gestione del credito e l’approccio ai clienti

I dati resi noti dall’Istat sul PIL italiano, relativi al secondo trimestre 2020, non sono sicuramente positivi. Il calo rispetto al primo trimestre di quest’anno si è attestato infatti su un -12,4%, mentre il rapporto con lo stesso periodo del 2019 fa segnare un -17,3%.

Un dato del genere non si registrava dal 1995.

Dopo la fine del lock-down tutte le imprese italiane sono ripartite con le proprie attività e si prospetta un settembre di spinta commerciale con l’obiettivo di recuperare il tempo ed i ricavi perduti.

Se nel complesso il calo del fatturato globale è senza dubbio importante, è però fondamentale analizzare il proprio settore e comprenderne rischi ed opportunità. In questo momento storico, nel quale le imprese in crisi tagliano i costi per ottimizzare la propria redditività, tenere il rapporto con i clienti attuali diventa fondamentale. Anche con quei Clienti che potrebbero iniziare a far registrare i primi ritardi nei pagamenti o dei crediti insoluti. Ma come gestire una situazione di questo tipo?

Chi si occupa di gestione del credito in azienda sa bene che gestire un cliente insolvente mette di fronte a due possibili soluzioni: il cliente paga e continua a comprare nel futuro, il cliente non paga e si procede con il recupero crediti, stragiudiziale e/o legale, e la relativa chiusura del rapporto commerciale, ad eccezione dei clienti falliti o cessati per i quali è oggettiva l’impossibilità di un proseguo.

Un credito gestito in maniera aggressiva può infatti portare al recupero di un credito ma alla perdita del Cliente per logoramento della relazione tra cliente e fornitore.

È, quindi, fondamentale definire un’adeguata strategia di mediazione che tuteli la relazione con il cliente. In contesti aziendali nei quali i solleciti vengono svolti dal reparto amministrativo è però possibile che manchino le professionalità per svolgere questa tipologia di mediazione.

Per questo motivo affidarsi a società di gestione del credito è sicuramente un’alternativa importante alla creazione di un ufficio completamente dedicato al credit management.

Scegli un approccio consapevole e professionale e tutela il tuo credito.

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Sfiorano i 132 miliardi di euro i crediti gestiti nel 2019 dalle imprese UNIREC, con una crescita del 29,3% sul 2018

Dal X Rapporto di Unirec, l’Unione Nazionale Imprese a Tutela del Credito, aderente a Confindustria SIT, che riunisce circa 200 aziende, emerge il trend di crescita dei crediti affidati o gestiti dalle imprese associate a UNIREC nel 2019.

Il rapporto annuale analizza sia i portafogli di crediti gestiti in proprio dalle aziende associate, sia la gestione che avviene per committenza e quindi in Conto Terzi Originator quando il mandatario è il detentore originario del credito (ad es. società telefonica, utility, banca) o Conto Terzi Cessionario quando il committente è un soggetto terzo che ha acquisito il credito da altri (ad es. un Fondo).

Nel 2019 si attestano complessivamente circa 132 miliardi di euro con un aumento del 29,3%, rispetto ai 102 miliardi di euro del 2018.

I crediti affidati in Conto Terzi si attestano a 100,9 miliardi di euro segnando una crescita del 22,6% pari a 18,6 miliardi di euro in più rispetto agli 82,3 miliardi dell’anno precedente.

L’81% di questi sono riferiti a crediti di origine bancaria o finanziaria (prestiti e mutui), l’11% circa al settore utility e telco (bollette) e solo il 2,5% a crediti commerciali (acquisti a rate). Il settore del leasing rappresenta invece quasi il 5%. La restante parte marginale è relativa a crediti della PA.

Rispetto al biennio precedente crescono le posizioni verso le imprese (B2B), che rappresentano nel 2019 il 50% del totale in crescita dal 33% circa degli scorsi anni.

L’altro 50% è riferito a crediti verso le famiglie (B2C). Più in particolare l’82% delle pratiche è stato gestito da remoto (principalmente al telefono, con operazioni di Phone Collection) per posizioni medie pari a 1.743 euro. Il cosiddetto Master Legal – ovvero il ricorso a team legali specializzati – è utilizzato solo per il 3% delle pratiche ma con ticket medi più elevati e pari a circa 17 mila euro.

La distribuzione regione per regione

A livello di distribuzione territoriale le prime quattro regioni cumulano il 47% degli importi e vedono al primo posto la Lombardia, che mantiene un peso del 14%, seguita dal Lazio (12%), dalla Campania (11%) e quindi dal Veneto (9%) che nel 2019 scalza la Sicilia (8%).

In termini di tassi di crescita degli importi gestiti figurano ai primi posti il Veneto (+45%), il Piemonte (+44%) e la Campania (+42%). Per quanto riguarda invece la performance, il Molise (con il 20%) e la Valle d’Aosta (con il 19%) si confermano le regioni più virtuose, mentre la performance peggiore si registra in Veneto e nelle Marche che contano su di un tasso di recupero medio pari al 7%.

Il rapporto illustra anche l’esistenza di un portafoglio complessivo di quasi 31 miliardi di euro (in crescita di circa 11 miliardi rispetto al 2018), gestito in Conto Proprio dagli operatori. Questi, nel corso del 2019, hanno acquistato crediti per 2,3 milioni di pratiche. La principale componente del portafoglio è relativa ai crediti bancari e finanziari (73%).

L’effetto Covid-19

Inoltre, nel periodo marzo, aprile, maggio 2020, caratterizzato dal lock-down, emerge un calo delle performance e degli importi recuperati pari al 30%.

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Arrivate alle banche milioni di domande di moratoria e migliaia di richieste di nuovi finanziamenti dalle imprese in crisi di liquidità, per effetto dell’emergenza Coronavirus e delle misure di lock-down

La Banca d’Italia continua a rilevare presso le banche, con cadenza settimanale, dati riguardanti l’attuazione delle misure governative relative ai decreti legge ‘Cura Italia’ e ‘Liquidità’, le iniziative di categoria e quelle offerte bilateralmente dalle singole banche alla propria clientela.
Sulla base di dati preliminari, al 22 maggio sono pervenute oltre 2,4 milioni di domande o comunicazioni di moratoria su prestiti, per poco più di 260 miliardi. Circa l’85% delle domande o comunicazioni relative alle moratorie è già stato accolto dalle banche, pur con differenze tra le varie misure; il 2% circa è stato sinora rigettato; la parte restante è in corso di esame.
Il 46% delle domande provengono da società non finanziarie. Per quanto riguarda le PMI, le richieste ai sensi dell’art. 56 del DL ‘Cura Italia’ (quasi 1,2 milioni) hanno riguardato prestiti e linee di credito per 149 miliardi, mentre le adesioni alla moratoria promossa dall’ABI hanno riguardato quasi 8 miliardi di finanziamenti alle PMI.
Le domande delle famiglie riguardano prestiti per oltre 79 miliardi di euro. Inoltre, continuano a crescere le domande di sospensione delle rate del mutuo sulla prima casa (accesso al cd. Fondo Gasparrini). Le moratorie dell’ABI e dell’Assofin rivolte alle famiglie, avviate alla fine di aprile, hanno raccolto quasi 320 mila adesioni, per oltre 13 miliardi di prestiti.
Le richieste di accesso al Fondo Centrale di Garanzia (FCG), pervenute agli intermediari, nella settimana dal 15 al 22 maggio, sono cresciute tantissimo, salendo complessivamente a oltre 720.000 domande per un importo di finanziamenti di quasi 44 miliardi. In particolare, al 22 maggio è stata erogata circa metà delle domande per prestiti fino a 25 mila euro, interamente garantiti dal Fondo.
Le richieste di garanzie pervenute al Fondo di Garanzia dagli intermediari nel periodo dal 17 marzo al 2 giugno 2020 per richiedere le garanzie ai finanziamenti in favore di
imprese, artigiani, autonomi e professionisti, sono complessivamente 484.073, per un importo complessivo di oltre 22,5 miliardi di euro. A segnalarlo è proprio il Ministero dello Sviluppo Economico e Mediocredito Centrale (MCC).
Crescono ancora i volumi delle garanzie SACE nell’ambito dell’operatività “Garanzia Italia” e raggiungono quota 418 milioni di euro. Le potenziali operazioni di finanziamento in fase di valutazione e istruttoria da parte delle banche si confermano in circa 250 per un valore complessivo di circa 18,5 miliardi di euro. Una volta terminata l’attività di istruttoria, costruzione dei pool e conseguente delibera, le banche accreditate sul portale dedicato, ad oggi oltre 200, presenteranno le richieste a SACE, che emetterà la garanzia entro 48 ore dalla ricezione come già accaduto per le 44 richieste di garanzie fino ad ora ricevute e emesse in poche ore attraverso la piattaforma digitale dedicata.

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L’emergenza da Covid-19 ha scatenato su tutto il territorio italiano inadempimenti e ritardi delle obbligazioni contrattuali.

La recente diffusione del Coronavirus sul territorio nazionale ha posto l’obbligo di chiusura di numerose attività commerciali e produttive sull’intera Italia, causando di conseguenza l’inadempimento o il ritardo delle obbligazioni contrattuali.
Non è infatti improbabile che imprenditori, fornitori e comunque parti contrattuali in genere si trovino nell’impossibilità di adempiere le proprie obbligazioni alla luce delle rigide restrizioni imposte dall’autorità governativa.
Ai sensi dell’articolo 1218 Codice Civile, il debitore che non esegue esattamente la prestazione dovuta è tenuto al risarcimento del danno, se non prova che l’inadempimento o il ritardo nell’adempimento è stato determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile.
In questi casi, e cioè se il debitore prova che la prestazione è impossibile e non per colpa sua, non risponde dell’inadempimento.

L’art. 1256 c.c.: impossibilità della prestazione e il “factum principis”
L’articolo 1256 del Codice Civile disciplina le ipotesi di impossibilità definitiva e temporanea della prestazione.
L’obbligazione si estingue quando, per una causa non imputabile al debitore, la prestazione diventa impossibile.
Per essere liberati dall’obbligo della prestazione, occorre che la prestazione sia, appunto, divenuta impossibile non per colpa del debitore e che tale impossibilità sia sopravvenuta, ovvero sia successiva alla conclusione del contratto.
Le cause invocabili ai fini “dell’impossibilità della prestazione”, sono diverse: tra queste gli ordini o i divieti sopravvenuti dell’autorità amministrativa c.d. “factum principis’’. Si tratta di un’ipotesi di forza maggiore che ricorre quando determinati provvedimenti legislativi o amministrativi rendano oggettivamente impossibile l’esecuzione della prestazione, in modo temporaneo o definitivo, indipendentemente dalla volontà dei soggetti obbligati.
Nell’ipotesi, invece, di impossibilità temporanea, la responsabilità del debitore per il ritardo nell’adempimento è esclusa, ma il debitore, cessata la suddetta impossibilità, deve sempre eseguire la prestazione.

L’art. 1467 c.c.: gli “avvenimenti straordinari ed imprevedibili”
Diverso è, invece, il caso in cui la situazione emergenziale e i relativi divieti governativi rendano una prestazione contrattuale non impossibile, ma eccessivamente onerosa, ovvero più costosa per il debitore.
L’eccessiva onerosità non impedisce la prestazione, ma la rende più “onerosa”, per il verificarsi di ‘‘eventi straordinari e imprevedibili’’. Questo consente al debitore di chiedere la risoluzione del contratto o la riduzione della prestazione.
A differenza dell’impossibilità, l’eccessiva onerosità sopravvenuta non produce un effetto liberatorio automatico per il debitore, ma deve essere accertata e dichiarata in giudizio.
Sotto questo profilo, non è semplice stabilire se il Coronavirus o le misure adottate dalle autorità possano costituire valida causa di impossibilità o di sopravvenuta onerosità delle prestazioni contrattuali assunte dalle imprese. Occorre, dunque, valutare, caso per caso, tenendo conto di una pluralità di fattori quali l’applicabilità della legge italiana alla fattispecie contrattuale, i fatti portati a sostegno del ritardo e/o dell’inadempimento contrattuale ecc.

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Pagamenti 2020, l’analisi di Cribis

Secondo lo Studio Pagamenti realizzato da CRIBIS, società del gruppo CRIF specializzata nella business information, al primo trimestre 2020, risulta un dato appena superiore rispetto al quarto trimestre 2019 di aziende che pagano clienti e fornitori con grave ritardo (circa il 10,6 %).
La metà delle imprese (54,5%) adempie i propri obblighi di pagamento con un ritardo massimo di 30 giorni (54,8% lo scorso trimestre).
I settori, maggiormente colpiti dalla crisi dovuta all’emergenza sanitaria in corso, come il commercio a dettaglio, servizi ricreativi, abbigliamento, mostrano i primi segni di sofferenza: servizi cinematografici, dove i pagamenti in grave ritardo crescono del 15,4%, il commercio al dettaglio dell’abbigliamento (+8,5%), i servizi ricreativi e i rivenditori di autoveicoli (+5%). In altri settori, come bar, ristoranti o il dettaglio
alimentare, i ritardi gravi non crescono ma hanno già tradizionalmente incidenze superiori al 20%.
Il Nord Est risulta essere l’area geografica più affidabile, con il 6,6% di pagamenti oltre i 30 giorni. Le regioni con meno ritardi gravi sono il Trentino Alto – Adige (5,3%) e le regioni più colpite dall’emergenza sanitaria, cioè Veneto (6,7%), Lombardia ed Emilia- Romagna (ex aequo 6,8%).
Viceversa, il Sud e le Isole sono le zone dove le imprese incontrano maggiori difficoltà, con il 18,4%. Tra le regioni con ritardi gravi troviamo infatti la Calabria che, con il 24,2% di imprese che effettuano i pagamenti con oltre 30 giorni di ritardo, precede la Sicilia (21,1%) e la Campania (19%).
A registrare la quota più elevata di gravi ritardi sono le microimprese (12%). Seguono le piccole con il 7,3% e le medie e grandi con il 5,6%.
Dallo Studio Pagamenti di CRIBIS emerge che il gruppo merceologico meno puntuale è quello del commercio al dettaglio che, con il 16,9% delle imprese con un’incidenza di ritardi gravi, precede il settore rurale, caccia e pesca (13,1%), il minerario e quello dei servizi (10% entrambi).

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Mancato pagamento in emergenza da Covid-19: come tutelare il proprio business
Tra le tante importanti conseguenze sul piano economico, l’emergenza da Covid-19 ha determinato un aumento importante del fenomeno di mancato pagamento.
Diversi professionisti ed imprese hanno dovuto confrontarsi negli ultimi mesi con clienti insolventi e con fatture non pagate, problemi che hanno impattato in maniera considerevole sull’esigenza di liquidità. Tale circostanza ha infatti peggiorato la condizione già difficile delle PMI, già messe in seria difficoltà dalla situazione innescata dall’emergenza Coronavirus, che ha obbligato gli imprenditori a rielaborare il proprio lavoro in virtù dei recenti mutamenti.

Mancato pagamento, come viene affrontato dalle aziende?
Come già annunciato, diversi imprenditori si sono trovati a fronteggiare un numero crescente di insoluti a causa dell’emergenza da Covid-19. Sfortunatamente, una fetta consistente degli stessi imprenditori sta puntando a risolvere la situazione come consueto: solleciti, solleciti e ancora solleciti, il tutto ad un costo considerevole in termini di tempo, mentre scadenze e spese fisse si fanno sempre più onerose.
Inoltre, la necessità di denaro, insieme alla situazione di instabilità ed incertezza, può spingere le aziende a ricorrere a strumenti di finanziamento come Anticipo Fatture e Factoring, senza un’attenta valutazione. Tali strumenti, per quanto offrano del potenziale, se mal utilizzati possono risultare davvero costosi, una circostanza poco vantaggiosa soprattutto in questo particolare momento.
Non manca inoltre chi ricorre ciecamente alla cessione pro solvendo, svincolando l’azienda dall’onere del recupero crediti e dal rischio di mancato pagamento.
Tutte queste soluzioni, se perseguite con poca consapevolezza, rappresentano un’ulteriore spesa, per altro non indifferente, in un momento particolarmente critico, con tutte le conseguenze del caso.

Mancato pagamento e Risk Management
La scelta più opportuna, in questo caso, è rappresentata dall’attuazione di un buon Risk Management, o Gestione del Rischio, che permette di identificare, valutare e controllare tutte le minacce ed i rischi che possono inficiare il benessere del credito di una data azienda.
Un buon Risk Management, realizzato con consapevolezza tramite informazioni mirate o massive, a seconda dei casi, permette di abbattere in maniera considerevole il problema degli insoluti e di utilizzare gli strumenti di finanziamento sopracitati in modo molto più economico e vantaggioso.

Situazioni di incertezza richiedono più che mai oculatezza e valutazioni lucide ed attente, al fine di raggiungere la soluzione più vantaggiosa nel minor tempo possibile.
Scegli un approccio consapevole e professionale e tutela il tuo credito.
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Quasi la metà delle imprese italiane nel corso del 2020 avrà significative esigenze di liquidità.

Come prevedibile, l’emergenza Coronavirus e l’indebolimento dello scenario economico internazionale ha fermato le richieste di credito presentate dalle imprese italiane.

È la stima di Crif, il Sistema di Informazioni Creditizie, che sottolinea come la pandemia e il conseguente lockdown, ha condizionato l’attività di numerosi settori dell’economia nazionale, inducendo le imprese italiane ad adottare un approccio attendista.

In dettaglio, dalle elaborazioni effettuate sul patrimonio informativo di EURISC, emerge una flessione del -14,7% del numero di richieste di valutazione e rivalutazione dei crediti presentate dalle imprese italiane nei primi 3 mesi dell’anno. Difatti,

Tra le regioni maggiormente colpite dall’emergenza sanitaria, la Lombardia mostra una contrazione delle richieste nel trimestre di osservazione pari a -18,9%, il Piemonte -18,5%, il Veneto -16,4% mentre in Emilia Romagna la flessione si ferma a -14,2%.

La dinamica negativa è, ovviamente, legata ad un evento eccezionale. Dunque, è fondamentale che l’impegno di tutti debba contribuire a creare le condizioni necessarie per stimolare la domanda e favorire l’accesso al credito per le Imprese più in difficoltà, per consentire al Paese di far ripartire l’economia.

Quindi, la richiesta di un credito deve essere sostenuta non solo dalla fiducia circa la possibilità di sostenere il peso delle rate senza eccessivi affanni, ma anche dalla concreta possibilità di vederselo erogare.

Per consentire agli intermediari finanziari di sostenere il fabbisogno di liquidità delle imprese è necessario siano presenti accurati ed efficaci strumenti di valutazione e informazioni che sostengano le imprese a richiedere nuovo credito.

Fondamentali sono le informazioni in grado di attestare l’affidabilità del richiedente, il fabbisogno finanziario e la sostenibilità del finanziamento.

La presenza di strumenti di valutazione basati su informazioni incomplete potrebbe infatti esortare gli istituti di credito a ridurre la propria attitudine a erogare e a cautelarsi chiedendo maggiori garanzie. Rischiando così di inficiare lo sforzo che l’intero Paese dovrà affrontare per far ricominciare.

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Coronavirus e recupero crediti: il protocollo UNIREC sulle modalità di gestione delle pratiche e dei pagamenti

Il Consiglio del FORUM UNIREC – Consumatori, riunitosi in via straordinaria tramite videoconferenza, ha redatto un protocollo sulle modalità corrette di gestione dei processi di recupero credito durante l’emergenza epidemiologica in corso.

L’impatto dell’emergenza sanitaria a breve termine
Dal primo Osservatorio sul Working Capital realizzato da CRIBIS e Workinvoice circa gli impatti dell’emergenza Coronavirus sul capitale circolante delle PMI, emerge l’esigenza di liquidità delle aziende, messe in difficoltà dall’aumento dei tempi di incasso insieme a una non proporzionale compensazione dei tempi di pagamento verso i fornitori e una probabile riduzione del fatturato. Lo studio, in particolare, ipotizzando un aumento fino a 20 giorni nei tempi di incasso, ha riscontrato una crescita dei crediti verso i clienti di circa 41 miliardi di euro, pari al 22% del monte crediti in essere. Parallelamente, l’aumento dei giorni di pagamento ai fornitori determinerebbe una crescita dei debiti commerciali di 22,6 miliardi, pari al 15%. A parità di valori delle rimanenze, il peggioramento nelle abitudini di pagamento sulle 84 mila aziende prese in esame corrisponde a 18,6 miliardi di euro (+11% del Net Working Capital iniziale).

Il protocollo UNIREC per la gestione del recupero crediti
Il protocollo ha lo scopo di informare le imprese che operano nella gestione e recupero crediti circa linee guide per svolgere l’attività di riscossione e per individuare le misure adatte ad integrare, in via transitoria, le modalità di contatto già stabilite dal Codice di Condotta.
Il protocollo, nello specifico, prevede la sospensione temporanea dell’attività di recupero nel caso il consumatore/debitore presenti ‘‘oggettive e/o documentate difficoltà ad adempiere al pagamento’’ in conseguenza all’emergenza contingente. Tuttavia, la sospensione temporanea della pratica non implica la revoca, che compete esclusivamente al titolare del credito.
Pertanto, il protocollo invita le imprese a formare ed aggiornare i dipendenti/incaricati in modo che tengano in considerazione, nei contatti con il debitore/consumatore, delle difficoltà sorte dall’emergenza in corso.
Inoltre, il protocollo raccomanda alle imprese di lavorare telefonicamente e di permettere al debitore di adempiere attraverso il pagamento digitale.
Attraverso il suddetto Protocollo, molte committenti che avevano sospeso le attività, inevitabilmente toccate dall’eccezionalità della situazione, hanno ripreso a lavorare nel rispetto di quanto prescritto.

Studio PTF è l’unica società della provincia di Varese ad essere associata ad UNIREC: ogni nostra azione è orientata a trasparenza, integrità ed efficienza, e punta a garantire una gestione attenta e responsabile del processo di recupero crediti in ogni circostanza.
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